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Mare Nostrum.

Ne resta forse solo il romantico appellativo, di questa landa fascinosa e complessa, con il quale abbiamo un legame sotto pelle, atavico e indissolubile.

di Sofia Cavalli

Il Mediterraneo che unisce e che separa, che culla e che divora: non semplicemente una distesa d’acqua a bagnare i nostri piedi nudi al primo giorno di ferie. Il nostro mare che è anche la nostra terra. Responsabile del clima e quindi della flora e della fauna, dei prodotti che conosciamo, di cui ci nutriamo; quelli che scambiamo.

Fin da tempi remotissimi, fu una più salubre “pianura liquida” attraversata o costeggiata dalle più diverse imbarcazioni. Le incertezze della navigazione, allora come adesso, non ne scoraggiavano i fruttuosi traffici e così le stesse acque collegavano l’Africa  all’Europa Settentrionale, il vicino Oriente con i mercati nostrani, le culture, le diverse lingue, le molte varietà di consumi. Abbiamo abitato questo grande lago più intensamente di   quanto ora ricordiamo e fra incontri e scontri di cui è stato parte mediante, la cultura del mare – di questo mare- è nelle nostre corde, come anche di tutti gli altri Paesi che si affacciano al suo cobalto specchio. La particolare geografia che lo racchiude fra promontori e le sporgenze sabbiose, costellato di isole, ha incoraggiato il cabotaggio lungo i litorali, come anche le rotte interne più ardite: ma perché? Eppure i rapporti fra i suoi protagonisti non sono stati sempre limpidi e sereni (e si sa che il Mediterraneo è il cimitero fra i più estesi del Pianeta). Ma c’è da dire che nella sua immensa e più antica storia, una costante sempre fiorente furono i suoi emporìa – gli empori- questi nevralgici centri di vita dove capitarono le cose forse più interessanti e impensabili in assoluto; e che erano distribuiti sapientemente come porte sul mare, dove vi entravano ed uscivano merci e molto altro.

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Bisogna immaginare questo: ciò che prevalentemente spinse l’uomo ad abbandonare la terra ferma per azzardarsi fra i pericoli delle acque fu sempre la curiosità commerciale.

8115362081_cb565bea3e_bNessun Paese è completamente autosufficiente nella sua biodiversità autoctona e la carenza di determinate risorse, o l’eccesso, spingeva a scoprire nuove terre dove scambiare qualcosa con qualcosa d’altro. E in tempi in cui la cartografia era approssimativa, l’inglese non era la lingua dell’economia globale e lasciamo perdere la connessione wifi, chi intraprendeva questo tipo di viaggi doveva essere pronto a correre un grosso rischio. Non so voi, ma a me ha sempre affascinato questo rapsodico figuro, l’emporos, il mercante, foriero d’importanti trasformazioni – le lettere di cambio antenate delle attuali banconote, le Università, le gilde – eclettico, poliglotta, sovente esploratore e geografo. A volte costretto dalla povertà, a volte fulgido uomo di commercio, sempre e comunque protetto da Mercurio. E’ certo però che fare il mercante richiedeva sopra ogni altra cosa intraprendenza e apertura mentale.

Senza contare che la curiositas verso l’insolito, il diverso, l’esotico anche, sorgeva spontanea nelle menti di coloro che condividevano le ricchezze a scambiarsi nel Mediterraneo – e l’espressione “essere sulla stessa barca” aveva allora un senso.

Ciò che raccoglie le fila di questo ricamo, forse anche troppo trasognato, è che questo mare ha unito continenti interi quando si è trattato di condividere le preziosità della terra e della mano complice dell’uomo: non solo i manufatti, dunque, e altri materiali preziosi, non solo acciaio, rame, legno o malattie, ma pure le notizie -le lettere- che quando approdavano, potevano avere impiegato settimane o mesi!

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Luoghi e persone uniti sotto il segno di un unico clima, i cui confini si estendono a limite dell’olivo a nord e giungono fino alla palma da dattero a sud. Un clima peraltro capriccioso e mutevole: infatti è da sempre che la coltivazione nella macchia risulta difficile, imprevedibile, con annate addirittura disastrose! Allora il mediterraneo veniva in soccorso e l’alternanza di cattivi e buoni raccolti, di nuovo, invogliava i viaggi per mare e i prezzi, in continuo saliscendi, creavano congiunture sociali, economiche, politiche ad influenzare tutti i Paesi della sua fascia, in quello che era ed è un destino collettivo.

Lago cristiano, lago islamico, il mare interno è una realtà più che composita di cui saranno pur diversi i natali ma dei quali è inevitabile la convivenza.

La vitalità del Mediterraneo, nonostante nuove rotte e nuovi continenti agiscano nel più grande quadro mondiale, non è tutt’ora spenta e mai lo sarà. E’ anzi soggetto attivo di una storia su occorrenza politica dismessa, ma fatta sì da conflitti, rivalità, diversità di ethos (e di ego), ma anche e specialmente di simbiotiche relazioni -irrinunciabili- delle quali bisogna prendere atto. Negarle è negare l’essenza stessa di questo nostro mare.

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