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Poteri e Contropoteri

Per molto tempo la scena giudiziaria Italiana e stata dominata dal conflitto istituzionale con Silvio Berlusconi. Da sempre si parla di una riforma che tarda a venire. Antonio Fojadelli, ex Procuratore Capo, fa una analisi dettagliata della situazione giudiziaria che affligge il sistema legale Italiano.

Di Antonio Fojadelli

Per molto tempo lo scenario italiano è stato occupato dalla figura del “Premier” Berlusconi e dal suo dichiarato e violento scontro con la Magistratura, in particolare con alcune Procure della Repubblica.

La Classe politica non ha mai amato l’Ordine giudiziario e il fenomeno delle ricorrenti polemiche tra leaders politici ed iniziative della Magistratura è riscontrabile in molti Paesi dell’Occidente.

Il progressivo espandersi dell’influenza e del potere dei giudici nelle democrazie è oggetto di molti studi socio-politici. Si pensi ad esempio all’opera di Tate e Vallinder (The global expansion of judicial power- New York- London 1995) per convincersi della ampiezza del fenomeno.

L’attuale esperienza italiana presenta tuttavia delle peculiarità che meritano una riflessione, e per farlo è necessario ripercorrere brevemente il cammino e l’evoluzione del potere giudiziario in Italia.

Nell’organizzazione politico-costituzionale del Regno d’Italia, unificatosi nel 1861, l’Ordine giudiziario occupava uno spazio marginale e veniva a trovarsi in una posizione di sostanziale subalternità rispetto al Potere politico; le nomine e le carriere dei giudici erano ampiamente influenzate dal governo in particolare il Pubblico Ministero, organo propulsivo dell’ inchiesta penale, dipendeva gerarchicamente dal Ministro della Giustizia. Era naturale che i magistrati italiani tendessero ad uniformarsi all’indirizzo dei governi, anche se formalmente la Giustizia veniva amministrata “in nome del Re”.

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Durante il periodo fascista, il regime cercò di accentuare ulteriormente la subalternità del corpo giudiziario al governo. La reazione fu di orgogliosa opposizione appellandosi alla propria tradizione di indipendenza; una rivendicazione frutto della cultura che accomunava la borghesia colta e la piccola nobiltà, prevalentemente di origine meridionale, da cui proveniva il maggior reclutamento di magistrati italiani.

Questo spirito di indipendenza fu mal sopportato dal regime fascista che, mediante la creazione dei Tribunali speciali, resi competenti per taluni reati e per tutti i reati politici, evitò ogni rischio di controllo giurisdizionale nei confronti del governo e della classe politica.

La storia  recente comincia con la fine della guerra e con il “referendum istituzionale” del 1946 ove fu appunto la Suprema Corte a proclamare il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica.

A breve distanza, ovvero il 1 gennaio 1948, entrò in vigore la nuova Costituzione frutto del compromesso tra i vari schieramenti presenti nel Paese: cattolico, liberale e social-comunista.

Tutti concordavano sulla necessità di dare al potere giudiziario totale indipendenza dagli altri due poteri (esecutivo e legislativo) secondo il modello illuministico di Montesquieu tuttora valido nel mondo occidentale.

Se la reazione contro l’autoritarismo del passato regime vedeva concordi i vari schieramenti, la diversa visione dello Stato e della società li rendeva reciprocamente diffidenti circa la possibile influenza che ciascuno avrebbe potuto esercitare sulla magistratura nel tentativo di strumentalizzarne l’opera a danno dell’avversario.

La particolarità del sistema italiano è costituito dall’ indipendenza del Pubblico Ministero dal potere politico, controbilanciata però dall’obbligo di esercitare l’azione penale senza alcuna (almeno formale) discrezionalità.

I padri costituenti si illudevano così di escludere ogni rischio di inchieste penali discrezionalmente “mirate”.

Le cose non andarono esattamente nel senso voluto.

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La nuova figura di giudice non più “bocca della legge” ma giudice dell’”interpretazione delle leggi” conteneva una potenzialità dirompente che fu compresa e coltivata soprattutto dai partiti della sinistra italiana che assunsero la veste di difensori di una cultura che si definiva progressista  solo se  ispirata all’ideologia della sinistra stessa.

Molti magistrati, soprattutto i più giovani, formatisi nel clima post 1968, interpretarono il proprio ruolo alla luce di quelle aspirazioni costituzionali che sarebbe toccato invece alla politica realizzare mediante scelte di governo (ad esempio l’art. 4 della Costituzione che afferma che “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto”).

Si affermò in questo modo la cosiddetta “giurisprudenza dei fini” che altro non significava se non il tentativo di realizzare mediante le pronuncie giurisdizionali quegli obiettivi che la politica non voleva o non poteva realizzare.

Di fronte alla cronica debolezza dei governi, dovuta agli stessi meccanismi costituzionali, il potere giudiziario assunse uno spazio ed un consenso crescenti e ciò paradossalmente avvenne non a dispetto della politica, ma per volontà della politica.

Basti pensare alla tendenza, tuttora in atto nel sistema italiano, di affrontare i problemi di grande rilevanza sociale mediante leggi che affidano alla magistratura le fasi più delicate della loro applicazione.

E’ sufficiente richiamare le leggi speciali contro il terrorismo brigatista o, più recentemente, le leggi in materia di immigrazione.

Si è dunque assistito alla “giurisdizionalizzazione” di problemi la cui soluzione avrebbe dovuto essere essenzialmente politica. Così la magistratura italiana si è attribuita quella parte di potere che la stessa classe politica le aveva ceduto indebolendo se stessa.

In questo processo si inserì una fase decisiva: la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’impero sovietico. Venne quindi meno quell’equilibrio che le due forze (filoccidentale e filo-comunista) avevano tacitamente stabilito.

Vennero anche meno le coperture, più o meno ufficiali, stese sul fenomeno del finanziamento dei partiti ottenuto attraverso le c.d. “tangenti” ovvero attraverso la sistematica corruzione.

Fu la stagione conosciuta in Italia con il nome di “tangentopoli ”. Una intera classe politica di centro-destra fu praticamente cancellata a causa di inchieste penali partite dalla Procura della Repubblica di Milano ed estese a molte altre parti d’Italia.

Fu il momento della massima popolarità della Magistratura anche se vista in chiave giustizialista. Il partito di sinistra, trovatosi in posizione di vantaggio a causa di inchieste a senso unico, appoggiò in pieno l’opera “moralizzatrice” della Magistratura e buona parte dei magistrati ritenne di identificarsi proprio nella cultura che ispirava quella ideologia. L’enorme potere dei Pubblici Ministeri, forti dell’ indipendenza a loro riconosciuta dalla Costituzione, divenne di fatto un fenomeno politico poiché l’intervento penale cominciò ad essere visto e giudicato come una scelta politica.

La distorsione degli equilibri istituzionali fu inoltre amplificata dalle alleanze creatasi tra i “media” e taluni magistrati del Pubblico Ministero, spesso narcisisti e generosi produttori di notizie sensazionali.

Questi fenomeni sono ancora attuali e ad una classe politica, debole e con poche idee, non rimane che denunciare l’ “anomalia” di un potere che è di fatto politico, ma che non possiede legittimazione elettorale.

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Questa accusa è stata formulata soprattutto dal partito di centro-destra che è stato al governo sino a poco tempo fa.

E’ molto difficile negare, contro l’evidenza, che vi sia stato un singolare accanimento giudiziario contro l’ex premier Berlusconi. Le scelte dei modi e dei tempi delle iniziative hanno confermato lo scopo di delegittimarne l’immagine pubblica.

Quel Governo ha perciò sprecato tempo ed energie nel vano tentativo di porre un argine a difesa del Premier contro l’eccessivo attivismo di certe Procure della Repubblica.

In questo tormentato scenario di crisi, maturano proposte di riforma della Giustizia tese a ridurre il potere del Pubblico Ministero, ad esempio sottraendogli la disponibilità diretta della Polizia giudiziaria.

La sinistra italiana è a parole contraria, ma condivide sottobanco questi progetti.

E’ il tentativo di ristabilire quel sistema di “pesi e contrappesi” su cui si fondano le democrazie occidentali. La singolarità della vicenda italiana  è tuttavia data dalla straordinaria espansione del potere giudiziario e dalla tradizionale insofferenza della classe politica verso ogni forma di controllo giurisdizionale. Di conseguenza, il vero problema è l’innegabile necessità che anche il potere giudiziario, formato da persone nominate per concorso e non elette, sia soggetto a efficaci forme di controllo e di responsabilità.

Il vero quesito e’: come? Poiché l’ interesse che corre il maggior rischio è proprio l’indipendenza del giudice e (per quanto riguarda la situazione italiana), anche del Pubblico Ministero.

In democrazia il rimedio contro ogni tentazione dei poteri fondamentali dello Stato di uscire dai propri limiti a danno degli altri, si basa soprattutto sull’osservanza spontanea e convinta delle regole e degli equilibri costituzionali.

Ma ciò può avvenire solo attraverso un “self restrain” che presuppone, tuttavia, una forte tradizione ed un forte senso dello Stato. Purtroppo sono qualità che sono mancate, e mancano, sia alla classe politica sia all’ordine giudiziario. Per quanto riguarda quest’ultimo un danno gravissimo è derivato da un preconcetto ideologico che ha permeato anche l’organo di autogoverno dei magistrati: il C.S.M. (Consiglio Superiore della Magistratura) presieduto dal Presidente della Repubblica, ma fortemente condizionato dalle “correnti” interne diversamente ispirate dal punto di vista ideologico.

E’ prevalso un indirizzo vicino a quella parte della sinistra italiana che interpreta i problemi in chiave dogmatica e rifugge dalle soluzioni pragmatiche, anche se sagge ed utili, quasi fossero di inferiore rango intellettuale.

 

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Questa visione, non certo liberale, ha portato ad un esasperato particolarismo con la demolizione del potere dei magistrati che dirigono gli Uffici giudiziari di controllare le iniziative e l’operato dei più giovani colleghi, molti dei quali, troppo sensibili al fascino della notorietà e del potere.

Il danno peggiore si è verificato nelle Procure della Repubblica ove l’unità e la ponderatezza dell’indirizzo sono state spesso compromesse da iniziative assunte da singoli magistrati dell’ufficio.

Questo spiega l’esistenza di inchieste stravaganti o politicamente orientate o che comunque appaiono tali, fenomeno questo che potrebbe essere evitato attribuendo al capo dell’Ufficio la piena responsabilità ma altresì conferendogli il corrispondente potere di intervento e di guida.

L’indirizzo prevalente del C.S.M. è stato invece quello di smentire o delegittimare la posizione dei capi delle Procure a fronte del loro intervento moderatore nei confronti dei propri sostituti.

Dunque la Magistratura italiana, se vuole recuperare piena credibilità, deve attuare un serio ripensamento del proprio ruolo in senso più moderno e laico e smettere di aspirare ad un ruolo che non compete ad essa bensì alla politica.

D’altra parte il mondo politico dovrebbe riflettere sulla inutilità e pericolosità di riforme della Giustizia volte a limitare eccessivamente il controllo giurisdizionale.

Se veramente i rappresentanti politici vogliono evitare le incursioni continue del giudiziario nel politico, debbono inventare forme di severo autocontrollo della correttezza interna, con inchieste autonome ma serie, dirette ad accertare e reprimere comportamenti illeciti e cattive abitudini, così come accade in altri Paesi d’Europa.

In caso contrario il mondo politico sarà sempre soggetto alle inchieste giudiziarie, alle quali continuerà a reagire, in un crescente gioco di reciproca delegittimazione.

Il risultato è il discredito dell’intero Paese.

 

 

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