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Fabian Serna conquista il vecchio continente a passo di danza: Malambo, il ballo della Vita

Cristina Colombera intervista Fabián Serna, coreografo, ballerino, attore, direttore artistico ma soprattutto leader e anima della Legión Malambo.

In anteprima, la nuova copertina di DanteMag dedicata a Fabian Serna e la Legion Malambo

È un ballo che trascina, il Malambo. Sono piedi che cantano una melodia ritmata cui è impossibile sottrarsi. È un gioco di gambe, ginocchia, caviglie, postura, equilibrio. È una sfida perenne alla gravità perché solo guardandolo, il Malambo ti fa volare nelle infinite notti delle pampas argentine al ritmo delle guittarreadas, sentendo sulla pelle il calore del crepitío del fuoco. Anche se sei seduto nella platea di un teatro.

È impossibile non andare col pensiero all’eleganza mista a forza dei passi del cavallo, compagno dei gauchos della pampa, fazzoletto al collo, pantaloni larghi e stivali particolarissimi capaci di suonare una melodia immortale.

È incredibile come tutto il mondo conosca tango e flamenco e non balli il Malambo, già richiestissimo nei locali alla moda di Londra, Los Angeles e New York, ballato da JLo, Antonio Banderas, Demi Moore, Melanie Griffith. Al Ministry of Sound di Londra, per esempio, è ormai un must. Perché questa danza folkloristica argentina “vecchia” di tre secoli è, semplicemente, VITA.  Nato come danza maschile nel 1800 per allontanare le avversità, il Malambo era accompagnato dal solo suono delle chitarre e dei bombos. Non esistevano liriche. A cantare, bastavano i piedi. Solo nel 1940 è stato permesso alle donne di unirsi agli uomini.

Fabián Serna considera la sua arte una benedizione: quando vedi ballare lui e gli artisti della Legión Malambo, sei benedetto anche tu. Nei due mesi in cui hanno portato il Malambo in giro per l’Italia all’interno dello spettacolo Raices Tango, non c’è stata una volta in cui il pubblico, di qualunque età, non abbia reagito con standing ovation, urla di gioia a scena aperta, applausi interminabili. Una sera l’ho sentito definire “Una scarica di adrenalina pura” da un signore anziano. Ha ragione. E poi c’è Romina con gli occhi umidi di pianto in una sera piovosa di chitarre e amicizia: argentina, non ballava il folklore da diciassette anni. Ma il 2017 le ha riservato il più bel regalo che potesse aspettarsi. Tornare alla vita, danzare. Di nuovo. Dopo tanto tempo. Grazie anche alla Legión Malambo. Ma questa è un’altra storia, anche se fa parte della storia di Fabián, perché è un’emozione dentro l’emozione. E tutte le emozioni sono doni. Da condividere.

Chi è Fabián Serna? “Una persona innamorata dell’arte e grata a Dio per essere un artista”.

Perché proprio “Legión Malambo”? Qual è il significato di questo nome? “Legión Malambo nasce dal concetto di gruppo unito, un corpo di élite di guerrieri della vita, di gladiatori, che, insieme, lavorano duramente, controvento e controcorrente per raggiungere i propri obiettivi e coronare i propri sogni senza mai perdere fede, amore e passione”.

Quando hai capito per la prima volta che l’arte sarebbe diventata la tua vocazione? “Già da molto piccolo, a sei anni, mi innamorai della danza. Anno dopo anno, con me crescevano e maturavano la mia vocazione e la mia convinzione di diventare un artista professionista”.

Perché proprio il Malambo? “Il Malambo fa parte del nostro folklore argentino, le sue danze sono state le prime che ho imparato a ballare, e quando arrivava il momento di battere i tacchi sul pavimento, di ballare il Malambo, il mio cuore accelerava e sentivo un’adrenalina senza eguali, una forza e una passione che non provavo in nessun altro contesto al mondo. Potevo volare”.

Sei ballerino, coreografo, attore e direttore artistico della compagnia. Hai ballato con JLo e davanti a Ellen DeGeneres. Eppure, sei una tra le persone più umili e semplici che abbia mai incontrato. Come si diventa dei grandi artisti, pur rimanendo se stessi? “Per prima cosa, grazie mille per la stima. È fondamentale essere se stessi, nella vita come nell’arte. L’arte è la dimostrazione più pura e sincera del nostro cuore, della nostra personalità, dei nostri sentimenti. Si è grandi artisti se si riesce a capire che si può sempre imparare, crescere, credere, sognare, provare, reinventarsi, risorgere e condividere. Per essere un grande artista, bisogna essere rispettoso, convinto, autocritico, umile e, prima di ogni altra cosa, trasmettere amore, perché senza amore non si può essere artisti”.

La compagine della Legión Malambo che ha fatto impazzire Italia e Grecia: Pablo Enriquez, Nicolas Rivas, Julieta Belatti, Matias Sanchez Gajo, Fabian Serna, Leandro Nicolas Robles, Marina Villalba, Leandro Suarez

La compagine della Legión Malambo che ha fatto impazzire Italia e Grecia. Da sinistra a destra: Pablo Enriquez, Nicolas Rivas, Julieta Belatti, Matias Sanchez Gajo, Fabian Serna, Leandro Nicolas Robles, Marina Villalba, Leandro Suarez

Con che criterio hai scelto i ballerini che compongono la Legión? “I ballerini che fanno parte della compagnia devono aver voglia di imparare, di lavorare con la responsabilità e il rispetto che questa professione merita e necessita. Do priorità all’entusiasmo, l’onestà, i codici, i valori e gli sforzi, prima ancora che al talento. Devono essere buoni compagni e colleghi. Devono avere la voglia, la serietà e la capacità di lavorare insieme per raggiungere gli obiettivi che ci prefissiamo e, fondamentalmente, devono avere umiltà e amore per quello che fanno”.

Una frase per descrivere i tuoi ballerini. “Sono una legione di artisti sognatori e gran lavoratori per quanto riguarda la nostra cultura. Persone che hanno il mio rispetto e la mia gratitudine più sinceri per la fiducia che ripongono in me, per credere e accompagnarmi in ciascuno dei miei progetti”.

Quando balli, sembri in un’altra dimensione. Eppure, trasmetti emozioni fortissime al pubblico. Da dove viene questa empatia? “Quando ballo sparisco, muoio e risuscito sul palcoscenico, mi spoglio, do letteralmente la vita e la mia emozione emerge in superficie perché possa condividerla con il pubblico. Se il pubblico si emoziona con me, se arriva a sentire ciò che sento, allora starà anche volando insieme a me”.

Hai spesso mescolato al Malambo altre discipline artistiche. Quali e perché? “Ho incorporato linguaggi diversi, danza contemporanea, flamenco, teatro, tango, capoeira, arti marziali, beat boxing e hip hop. Ho anche incorporato strutture scenografiche e audiovisuali a oggi utilizzate da molte compagnie di Malambo nel mondo. L’evoluzione dell’arte sta nella ricerca e nella creazione, lavorando sempre nel rispetto di ogni disciplina e senza né perdere, né dimenticare di mantenere viva la nostra radice. Il Malambo è una danza che può essere incorporata in molte piattaforme artistiche e fondersi, per portare lo spettacolo a un livello superiore”.

Che significato ha il folklore per chi lo balla? “È molto forte. Ballare danze folkloristiche significa amare il nostro paese, essere patrioti, mantenere attuali i nostri usi e costumi, continuare a scrivere la storia della nostra cultura. Chi balla folklore mantiene vive le nostre radici e le rende immortali”.

Tra i balli folkloristici argentini, il Malambo rappresenta un’eccezione per l’assenza di testi cantati. La musica di un tamburo e le chitarre accompagnano questa danza esclusivamente riservata agli uomini. Tuttavia, nella compagnia ci sono due ragazze. Perché? “Il Malambo è sempre stato un ballo esclusivamente maschile. La comparsa delle donne è stata una novità molto ben accetta dal pubblico e dalla maggior parte dei colleghi e presa a esempio da altre ballerine di folklore. Le donne della Legión eseguono il Malambo con la stessa disciplina, destrezza e rigore degli uomini, aggiungendo in più femminilità e altre qualità del movimento, sono donne forti paragonabili alle danzatrici di flamenco. Al giorno d’oggi, ci sono molte donne che si sono decise a imparare a ballare il Malambo”.

Hanno paragonato il Malambo alla capoeira, arrivando a definirlo quasi un’arte marziale in evoluzione. Sei d’accordo? La capoeira è un’arte marziale che combina danza, musica e acrobazie. Sebbene il Malambo richieda destrezza, rimane essenzialmente una danza. Certamente, la sua evoluzione è impressionante e non ha limiti. Noi, in un nostro spettacolo, abbiamo incorporato la capoeira e la fusione che abbiamo raggiunto con i tamburi, il berimbau (strumento a corde brasiliano di origine africana), i movimenti, i salti, il clima, suoni e abilità è stata eccellente.

Puoi spiegarci i passi del Malambo? La struttura di un Malambo si forma con un insieme di “mudanzas” collocate strategicamente in serie, perché il Malambo cresca in potenza, sonorità e velocità. Le mudanzas (che si eseguono con un piede, per poi “restituire” gli stessi movimenti con l’altro piede) si formano a partire dalla combinazione di zapateos basici. Il Malambo contiene diverse qualità di movimenti, clima e linguaggi musicali.

Il Malambo ha subito le influenze di altre danze? Il Malambo è una danza folkloristica tradizionale argentina. Per la scarsa documentazione che esiste, è molto probabile che sia un adattamento della danza creola detta Canario risalente al diciassettesimo secolo, una danza individuale costituita da diversi zapateos. Entrò nelle nostre terre da Buenos Aires. Potrebbe avere alcune influenze del Solo Inglese, che si balla anche nel Rio de la Plata, ma le somiglianze maggiori si riscontrano nel Canario.

Qual è la differenza tra il Malambo individuale e di gruppo? Secondo me, il Malambo individuale richiede una spiccata personalità. Essere solo sul palco, eseguendo una danza così difficile è una sfida, bisogna avere molta presenza scenica, sostenere l’interpretazione e creare stati d’animo ed emozioni nel pubblico. Il gaucho zapatea (batte i tacchi [sul pavimento/palcoscenico]) per canalizzare i suoi sentimenti, la sua vita, la sua solitudine, per divertimento e per battersi in duello (il contrapunto) per dimostrare le sue abilità. Nel Malambo corale, al contrario, ha la possibilità di essere accompagnato e di sentirsi appoggiato dai suoi compagni, tutti i componenti devono essere connessi e sulla stessa lunghezza d’onda. Per quanto riguarda la coreografia, il ventaglio di possibili combinazioni, suoni e immagini si amplia a dismisura. Entrambe sono altamente attraenti, difficili e richiedono molto lavoro a monte.

Qual è la differenza tra il Malambo nordico e il Malambo meridionale? Perché esiste questa differenza a livello storico e come si manifesta a livello culturale? Sono sorti in aree geografiche diverse, il mezzo fisico e il paesaggio hanno influenzato l’elaborazione e lo sviluppo delle figure e la loro modalità di esecuzione e interpretazione. Il Malambo nordico è forte, ritmato, nasce tra le montagne e la boscaglia, si esegue con stivali duri con tacco, è potente, sonoro e veloce. L’accompagnamento musicale di tamburo e chitarra è vibrante. Il Malambo meridionale è mistico, nasce in pianura, si utilizzano stivali di puledro realizzati con il cuoio della zampa anteriore di un cavallo, è tranquillo, realizza movimenti lenti, eleganti, limati e cadenzati, è anche potente, il suo accompagnamento strumentale coinvolge soltanto la chitarra. Nelle loro strutture coreografiche entrambi gli stili stanno crescendo in sonorità, forza e dinamismo.

Tre parole per definire il Malambo

Arte.

Passione.

Identità.

Cosa vuoi fare da grande? Corrisponde ai tuoi sogni di bambino? Cos’è cambiato? Voglio essere un artista. Sì, corrisponde ai miei sogni da bambino. A mano a mano che cresciamo, ci vengono richiesti sforzi di volta in volta maggiori, pazienza e duro lavoro per mantenerci in questa carriera. Il lavoro di artista non è facile, c’è molta competizione sleale, la nostra professione è spesso screditata e mancano opportunità. Però con impegno, costanza, onestà e amore, si può senza dubbio. Tutto lo sforzo vale la pena, perché l’arte ci salva giorno per giorno.

 

Foto credits: Massimiliano Fusco, Pato Sorrentino, Federico Paleo

Traduzione: Anna Prandina

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