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HIKIKOMORI. LA FUGA DAL MONDO DEGLI ADOLESCENTI

Hikikomori e’ un termine giapponese che significa chi sceglie spontaneamente di autorelegarsi in casa escludendo qualsiasi contatto con il mondo esterno. Questo fenomeno e’ gia’ sotto osservazione da anni in Giappone ma e’ una sintomatologia che sta prendendo piede anche al di fuori del paese del sol levante. Massimo Gava fa un’ analisi antropologica e culturale delle cause scatenanti traendone dei paragoni tra la cultura Europea e quella Nipponica, con preoccupanti risultati.

Da diversi anni si sta osservando un fenomeno che coinvolge gli adolescenti, caratterizzato da un progressivo e generalizzato ritirarsi dal mondo, dalle relazioni, dal contatto con gli altri.

La così detta condizione degli hikikomori e’ stata identificata e studiata, dallo psichiatra Tamaki Saito dell’università Tsukuba di Tokyo fin dagli anni ’80. Descritta come manifestazione di ritiro e totale disinvestimento dal mondo (social withdrawal). Questi giovani (e non solo) si chiudono nella propria stanza, all’interno del nucleo familiare d’origine, interrompendo ogni contatto (anche virtuale) con il mondo circostante, ogni impegno scolastico, ogni eventuale occupazione sportiva o ricreativa, restando in una sorta di cella di reclusione anche per molti anni.

Ma mangiano? Vi chiederete, ebbene si. I pasti sono lasciati solitamente fuori della camera, luogo preferito del loro ritiro e se vengono forzati contro la loro volontà ad uscire, rispondono in maniera aggressiva nei confronti dei genitori i quali, consigliati dai medici, non possono reagire alla violenza dei figli per non peggiorare la situazione. Questo aspetto mette tuttavia in luce, tutta l’ambivalenza della relazione che si viene ad instaurare creando notevoli difficoltà per il nucleo famigliare.

Ad oggi si può dire che in Giappone la fascia d’età che abbraccia il fenomeno va dai 10 a 50 anni. L’insorgenza del fenomeno però resta, tipicamente, in età adolescenziale e pre-adolescenziale.

Non si tratta, come sottolinea Saito, di una forma di psicosi, non ci sono deliri, allucinazioni, ne comportamenti grossolanamente disorganizzati.

I sintomi clinici osservati sembrano nel caso degli Hikikomori una conseguenza del disagio nei confronti delle pressanti aspettative sociali di affermazione nel raggiungimento del successo, la paura di un crollo o la conseguenza di un fallimento già’ avvenuto.

Nel 2010 solo in Giappone, sono stati segnalati circa 700.000 casi di adolescenti hikikomori, (ultimo dato a disposizione) ma si ritiene che si tratti di un numero sottostimato in ragione dello stigma sociale conseguente al suo svelamento e della vergogna che questo comporta nella famiglie.

In relazione a tale fenomeno di grave isolamento sociale, è stato messo in evidenza la l’aspetto determinante socio-culturale giapponese: che enfatizza da un lato la tradizione e il ruolo della famiglia e dei legami, all’interno dei quali ci si ritrova e si costruisce il valore cardine ed inviolabile di identità e nella quale ci si sente protetti; dall’altro, il processo di costante modernizzazione, che esercita una significativa influenza modificando la stessa componente familiare e sociale, rimodellando vecchie tradizioni e consuetudini.

Nella sua ultima pubblicazione sul fenomeno, (Hikikomori: Adolescence without End, University of Minnesota Press, 2013) il prof. Saito osserva come tale condizione potrebbe essere presente in altre culture, oggetto di rapide mutazioni nella struttura familiare e sociale, conseguenti ad una progressiva industrializzazione e che rispondono al rapido sviluppo tecnologico sulla base delle proprie norme e tradizioni.

Ci si chiede quindi, in che modo, i cambiamenti sociali possano influire su orientamenti, interpersonali? Qual’è il rapporto rispetto alle determinanti specifiche culturali e sopratutto, quali sono i fattori di sollecitazione che possano manifestare una condizione di ritiro con passiva rinuncia al vivere nel mondo quotidiano?

Tenteremo di fare un analisi tra le diverse culture per verificare queste questioni.

Ciò che accomuna la cultura giapponese a quella occidentale/sud-europea è il ruolo centrale della famiglia, principio cardine del confucianesimo e del cattolicesimo, dove i legami familiari sono così fondanti, principio-guida di scelte, orientamenti e dove si riscontra una maggior percentuale di giovani che vivono nel nucleo d’origine.

Italia e Spagna, ad esempio, sembrano confermare questa tendenza. Molto interessante a questo proposito e’ l’osservazione di Carla Ricci, antropologa e ricercatrice presso l’università di Tokyo nel dipartimento di psicologia clinica, secondo la quale i primi Hikikomori in Italia sono stati osservati nel sud del paese, dove si trova una struttura familiare di tipo matriarcale analoga a quella giapponese.

Il “familismo” costituisce un fattore importante che favorirebbe il fenomeno, e spiegherebbe come mai la concentrazione di hikikomori nelle metropoli (dove l’individualismo prevale) sia inferiore rispetto al resto del Giappone.

Nelle culture anglosassoni e nord-europee si tende a sostenere il giovane nella ricerca dell’autonomia. Ma nelle società in cui viene valorizzata l’indipendenza si verificano pero’ le forme di ritiro tipiche dei senza tetto che vivono per strada o in alloggi fatiscenti.

Le società che, al contrario, enfatizzano il ruolo della famiglia e la dipendenza dai legami, vedranno un maggior numero di reclusi in casa. Questa forte componente culturale soprattutto nelle realtà giapponese viene ben approfondita dalla psichiatra Maree Sugai della Tohoku University, in un articolo su THINK.IAFOR.ORG, The Academic Platform, Applying Culture-bound Theory, pubblicato 19 febbraio 2016: dove pone in evidenza come la reclusione in casa dei giovani giapponesi sia in modo predominante reattiva a tre principali componenti culturali: individualismo, dipendenza e rituali di performance (intesa come aspettative sociali) che conferma la tesi precedentemente posta del prof Saito.

In Giappone la componente degli Hikikomori ha una prevalenza maggiormente maschile, mentre in Italia il dato sembra capovolgersi, indicando come soggetti più a rischio le ragazze, anche preadolescenti. Ma trattandosi di un fenomeno nuovo qui si può parlare solo di una tendenza osservata non avendo ancora dei dati statici rilevanti sia per l’ Italia che per il resto d’ Europa. Quello che è certo, però e’ la sintomatologia del disagio che accomuna tutti i soggetti indipendentemente dalla nazionalita’.

Nel personaggio affetto da questa sindrome dominano l’immobilità, il vuoto, il congelamento dello sviluppo che pare arrestarsi ad uno stadio adolescenziale, al massimo popolato da manga, i classici fumetti giapponesi, che incarnano un mondo di relazioni sentimentali romantiche o di eroi che lottano in difesa della terra. In questo aspetto le due culture leggermente differiscono: gli hikikomori giapponesi non usano i social network, a differenza dei coetanei italiani per i quali la dipendenza da internet sembra costituire un elemento piuttosto importante dell’ isolamento nel quale edificare una altra realta’.

Nella vita degli hikikomori nulla si muove o si costruisce. Con il passare del tempo è possibile che venga a crearsi un circolo vizioso in cui le famiglie, presenti e protettive, rischiano di rimanere vittime del comportamento dei figli per vergogna e timore dello stigma sociale, cui sono certi non potersi sottrarre, “Essere catalogato come genitore manchevole e imperfetto, contribuisce loro malgrado, al mantenimento del disagio.” Afferma Saito .

I genitori vengono in parte condizionati ed eventualmente possono essere aiutati da esperti a far uscire i figli dalla stanza ma con estrema gradualità, non si prevede in questi casi nessun ricovero forzato.

E’ noto infatti come nella cultura giapponese il giudizio assuma le forme di un vero e proprio controllo sociale. Ciò lo si può vedere specialmente nel sistema scolastico e professionale: competitivo, prestazionale, assai selettivo e suddiviso in categorie di merito. Questo sistema induce, infatti, ad inevitabili esperienze di fallimento e, di conseguenza, un vissuto profondo di inadeguatezza. Da questo punto di vista, quindi, la pressione sociale in Giappone è enorme e non paragonabile, almeno per ora, al sistema Europeo.

Nel vecchio continente però esperti del settore, stanno studiando maggiormente questo fenomeno dell’autoreclusione e delle sue varianti culturali, poiché esso sembra registrare un incremento notevole negli ultimi anni. Quello che bisogna distinguere nel caso europeo è capire se i comportamenti sono dettati da uno stato di “necessità”, in ragione di crisi economiche prolungate, oppure se si tratti di una sindrome sociale emergente. E’ diverso lo stato di chi permane in una sorta di adolescenza prolungata continuando a vivere in modo soddisfacente la propria vita, da quello dell’ autoesclusione volontaria.

Ma l’elemento che accomuna le due forme di ritiro, in comunità così geograficamente e culturalmente lontane, sono invece la sospensione nel presente, il blocco di ogni progettualità che si proietti in un futuro nemmeno troppo distante e senza aspettative né emozioni connesse al desiderio, né di una sua eventuale realizzazione. Il tutto è congelato nell’ istante. Questo fa si, che nell’ insieme si creino delle generazioni completamente scollegate dalla realtà e che sempre più avranno delle difficolta’ a trovare spazio in un mondo che va ad una velocità che non tutti potranno permettersi di accettare. Ma cosa piu’ preoccupante, è che il potenziale evolutivo e professionale dei giovani si perda creando realtà solo virtuali.

References

  • Aguglia, E. et. al., Il fenomeno dell’hikikomori: Cultural bound o quadro psicopatologico emergente?. Giornale Italiano di Psicopatologia, 2010, 16 (2), p.157-164.

  • Krieg, A., Reclusive Shut-ins: Are hikikomori Predominantly a Japanese Problem?.

  • Krieg, A. e Dikie, J.R., Attachment and Hikikomori: A Psychosocial developmental model. International Journal of Social Psychiatry, 2011, 59 (1), 61-72.

  • Saito, T., Hikikomori: Adolescence without End, University of Minnesota Press, 2013.

  • Ricci, C., Hikikomori: Adolescenti in volontaria reclusione. Franco Angeli, 2009.

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