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Essere o avere, questo è il problema…

L’ economista Steve Mc Carthy analizza le incongruenze della nostra società occidentale e i limiti che uno sfrenato sviluppo pone alla sostenibilità del pianeta. La necessità di fermare quest’ autodistruzione, associata alla crescita economica, passa anche per un ripensamento dei modelli di sviluppo in cui, forse, avere di meno può rappresentare un investimento per garantire il futuro della nostra terra.

Di Stephen McCarthy

Essere o avere? Questa è una delle più importanti questioni del nostro tempo.

Il 5 novembre scorso, per le strade di Londra hanno marciato gruppi di dimostranti che,indossando maschere di Guy Fawkes, inneggiavano alla rivoluzione. Al di là della provocazione non hanno però mai dichiarato apertamente quali fossero gli scopi delle loro rimostranze; il loro obbiettivo era, di fatto, assalire i negozi per impossessarsi di quei beni materiali che la cultura consumistica ha incitato a desiderare.

Non si trattava di un fenomeno nuovo. Eventi simili si sono susseguiti sin dall’estate del 2011 nel Regno Unito ma anche altrove, come in U.S.A. e Cina dove i gruppi, perlopiù di ambientalisti, protestavano contro le costruzioni o gestioni di impianti ad alto impatto ambientale.

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Gli ambientalisti avevano perlomeno chiaro contro chi lottare anche se non cosa chiedere in alternativa. Poniamo qui la domanda: è davvero realistico immaginare un mondo senza combustibile fossile da cui molte società ormai dipendono per la loro sopravvivenza?

Nell’ ottobre 2014, sempre lungo la City londinese , vi era stata un’altra protesta. I dimostranti, non avendo il permesso di rimanere nel cuore della finanza globale, si accamparono davanti alla cattedrale di Saint Paul. Accampamenti simili hanno poi preso luogo in diverse città spagnole e pure a New York. Tutte queste manifestazioni hanno ovunque e comunque un preciso comune denominatore; mettere il luce l’avidità del settore bancario che, pur avendo causato il collasso finanziario nel 2007 e 2008 e ricevuto aiuti dalle casse pubbliche, continuavano a pagare il loro personale con stipendi astronomici. La disparità di reddito sembrava essere il motivo dello scontro ma, ancora una volta, i dimostranti non comunicarono un loro chiaro obbiettivo su cosa ottenere.

 

Questo è il fondamentale quesito da risolvere, che cosa si vuole veramente, essere o avere?

Non si tratta solo di una questione politica ma anche filosofica: riguarda l’ambiente, le risorse energetiche ed il loro consumo, la distribuzione della ricchezza, la giustizia economica e sociale, che si determini un modello di vita equilibrato per tutti . Cominceremo quindi a prendere in esame alcune di queste questioni di importanza vitale.

 

Consideriamo le ragioni degli ecologisti. Senza dubbio il nostro pianeta sta affrontando dei limiti ambientali che prima o poi obbligheranno i paesi, economicamente più sviluppati, a rallentare i consumi, ad occuparsi dello smaltimento dei rifiuti e rivedere i modelli di crescita economica con un modello di sostenibilità reale. L’eccesso dei gas, ritenuti responsabili dell’effetto serra, imporranno un limite al sistema ecologico; i cambiamenti climatici sono ormai sotto gli occhi di tutti. Il movimento ambientalista però si illude se pensa che l’effetto serra possa essere risolto con il solo ausilio di alcuni pannelli solari o turbine eoliche senza ricorrere all’energia nucleare. Gli ecologisti raramente riconoscono che l’energia solare è insufficiente, non sanno che per sostituire un solo GW prodotto da una centrale a carbone ci vorrebbe un’area ininterrotta di pannelli solari grande almeno quanto un terzo dell’intera Londra. Dunque, se dovessimo seguire questo approccio, dovremmo inevitabilmente diminuire l’uso di energia e conseguentemente produrre di meno e ridurre i consumi.

 

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Viviamo però in un mondo in cui materialismo e consumismo sembrano essere diventati l’unica scelta di vita. Gli stessi dimostranti di Londra, si e’ visto, sono stati condizionati da pubblicità e da discorsi politici che inneggiano al consumo quale scopo principale del vivere. Gli oggetti che compriamo ci rendono felici e soddisfatti,ci conferiscono lo status a cui aspiriamo, ci fanno esistere. Questo senso di “esistenza” richiede disponibilità di denaro ma chi non ne possiede abbastanza o è povero , non per questo, non sente questo stesso “bisogno di essere”. E’plausibile immaginare quindi che possano arrivare a dimostrare, in modi violenti, la loro profonda frustrazione.

 

I manifestanti che hanno occupato le piazze di New York e della City di Londra sapevano bene che l’1% della popolazione mondiale possiede il 20-30% dell’intera ricchezza mentre un’altro 50% della popolazione è povero, come dimostra lo studio di Picketty, e questa disuguaglianza è in continuo aumento. L’unica via d’uscita a questi dilemmi è un cambiamento dei parametri dei sistemi di vita. Il filosofo Michael Sandel, dell’ Università di Harvard, ha espresso bene questo pensiero dicendo che il mondo in cui viviamo non è più un’economia di mercato, ma una società di mercato. L’individualismo ed il consumismo hanno largamente sostituito altri valori e questa mentalità è così diffusa da essere scontata così come diamo per scontato il nostro respirare. Se però guardiamo alla storia dell’umanità, questa situazione è assolutamente straordinaria. La maggior parte delle società, pur dovendo ovviamente soddisfare le necessità materiali, erano sempre lungimiranti per quanto riguardava la vita umana e le future generazioni. Questo dava un senso di vita individuale e collettivo. Le società attuali invece riducono ogni significato comunitario all’ immediatezza tangibile e materiale dell’ esistenza, che può essere paragonata al venerare un dio falso ed insaziabile; il consumismo.

 

Fortunatamente gli idoli falsi non sopravvivono, anzi possono essere abbattuti inaspettatamente. Una reazione a quello che Charles Taylor ha definito la totale “piattezza”, “il vuoto dell’ordinarietà” sarà quasi inevitabile. I segnali che questo falso idolo si sta sgretolando sono già evidenti, sopratutto nelle piccole comunità che vivono in un modo più semplice, crescono i movimenti di permacultura e tante altre realtà con la consapevolezza di contrastare il gioco al consumo ; quel flusso di oggetti nuovi che il mercato continuamente ci propina, con design alla moda e caratteristiche studiate per durare un tempo minimo, viene in qualche modo messa in discussione. Abbiamo veramente bisogno di un’ennesima versione

dell’ I-phone ?

Quando il presidente del Fondo Monetario Internazionale, affiancato dall’ Arcivescovo di Canterbury, appoggia la denuncia di Papa Francesco sulle ingiustizie causate dalle ineguaglianze economiche, possiamo essere sicuri che qualcosa di inaspettato sta accadendo.

 

Le ricerche e le indagini su cosa rende le persone realmente felici, dimostrano che i fattori più rilevanti sono: l’appartenenza ad una comunità, relazioni solide, un senso di stabilità e di sicurezza, il sostenere ed aiutare gli altri ed una fede religiosa. La prosperità materiale, una volta che le necessità primarie sono soddisfatte, ha invece un impatto relativamente piccolo.

Se solo riflettessimo su ciò che davvero ci serve per essere felici potremmo veramente vivere vite piene, consumando meno oggetti e di conseguenza riducendo anche il consumo di energia.

Purtroppo però questa verità sembra avere così poco impatto all’interno del linguaggio politico che, al contrario, pone la crescita economica al centro di ogni programma.

 

La realtà di questa rapida crescita economica è un fenomeno relativamente recente, di circa due o trecento anni, in precedenza era di dimensioni trascurabili per gran parte della storia dell’umanità.

Dunque, come mai si trova al centro dell’attuale discorso politico? Una possibile risposta potrebbe venire riflettendo su cosa diventerebbero i programmi politici ed economici se venisse meno il miraggio di un consumo sfrenato, soprattutto in quei paesi dove gran parte della popolazione ha fin troppo da mangiare …

 

Un’ altra delle maggiori difficoltà, per ipotizzare un cambiamento, sembra essere la necessità di mantenere la cosiddetta “piena occupazione”. Il tipo di economia che immagino è un’economia stabile ma non fossilizzata, dove gli esseri umani continuerebbero ad essere inventivi. Quindi, visto che le innovazioni tecnologiche portano ad un continuo aumento della produttività, per mantenere un livello stabile di output sarebbe necessario sempre meno input di forza lavoro. Conseguentemente, per compensare la maggiore efficienza tecnologica, il mantenimento di una piena occupazione necessariamente richiederebbe il continuo aumento del livello di output economico sia di merci che di servizi. In altre parole, la visione di un’economia di ‘sufficienza’ piuttosto che un’economia dell’eccesso ci porterebbe verso uno stato di stabilità in cui il fabbisogno di lavoro a pagamento diminuirebbe. Così diminuirebbero anche le ore nella settimana lavorativa o la proporzione di persone in occupazione.

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Abbiamo invece bisogno di cambiare il paradigma dei meccanismi economici per la distribuzione e condivisione dell’output economico. Il paradigma accettato attualmente indica che l’output viene condiviso per mezzo del lavoro a pagamento. Questo implica anche che solo le persone che ricevono soldi per il loro lavoro danno un contributo utile e valido alla società. Ma non è necessario che così sia; ogni membro della società potrebbe avvalersi del diritto di condividere il suo output economico, indipendente dal fatto che stia facendo un lavoro a pagamento o meno. Per raggiungere questa situazione, uno dei possibili meccanismi prevedrebbe che lo stato offrisse un reddito essenziale (seppur basso) a tutti. Sarebbe possibile, per le persone che desiderano un reddito più alto, fare un lavoro retribuito finanziariamente e, ovviamente, sarebbe necessario fare in modo che i lavori necessari fossero retribuiti sufficientemente.

In effetti, l’attuale paradigma è una specie di mito che ignora ciecamente la grande quantità di persone che già non hanno un impiego remunerato: almeno il 40% degli adulti, per non parlare di bambini, pensionati, ammalati, i disoccupati, le madri e i padri che lavorano in casa e i ricchi nullafacenti. Il cambiamento di paradigma necessario assomiglierebbe più ad una conversione che ad una rivoluzione. Non cambierebbe immediatamente la realtà di base, ma trasformerebbe la nostra percezione di bisogno e l’approccio verso la condivisione delle ricchezze e prosperità di cui il mondo occidentale sicuramente già trae vantaggio.

Società, come la Danimarca, stanno già investendo in una trasformazione di prospettive in linea con questa conversione. Ma la Danimarca è una società eccezionalmente coesiva.

Tristemente, la maggior parte delle società occidentali stanno muovendosi nella direzione opposta dove l’aumento delle disuguaglianze di reddito e di ricchezza stanno dissolvendo la coesione sociale ed aumentando la rabbia.

Questo ci riporta ai movimenti Occupy. Le persone molto ricche, per mezzo del potere che conferisce la ricchezza stessa, stanno già sovvertendo politiche ipoteticamente democratiche, come si può ben vedere negli Stati Uniti, in Italia, nel Regno Unito e come in quasi tutti i paesi del mondo. Dunque, in questo sistema politico è molto difficile dire cosa si può fare o si farà rispetto all’aumento delle disuguaglianze. Picketty suggerisce una tassa globale sulla ricchezza. Ma così, come i tacchini non volano a Natale, il controllo del sistema politico da parte dei più ricchi renderebbe questo tipo di tasse alquanto improbabile e cosi viene asserito che le disuguaglianze di reddito e ricchezza sono semplicemente necessarie per il funzionamento delle nostre economie capitaliste; questo è plausibile ma erroneo.

Dunque, che cosa chiede il movimento Occupy? Essere o avere? Chiede una rivoluzione? Purtroppo la storia delle rivoluzioni ci insegna che spesso queste stravolgono le intenzioni dei protagonisti iniziali. Dovremmo forse ribaltare i banchi dei cambiavalute? Oppure possiamo proclamare e incoraggiare un processo di conversione? Sicuramente i falsi idoli del consumismo non sopravvivrebbero; prima o poi i valori prevalenti ed i paradigmi economici spariranno. Abbiamo solo bisogno di aprire gli occhi ed immaginare l’impensabile: che un giorno l’umanità riscoprirà il mistero che sta dietro quello che è meramente tangibile e, conseguentemente, si torneranno a costruire ancora strutture sociali e filosofiche capaci di mantenere il delicato sistema ecologico della Terra, da cui dipendiamo, e realizzare una più equa distribuzione delle sue abbondanti risorse.

 

 

Stephen McCarthy ha lavorato per la Banca Europea per Investimenti ( BEI) e come economista nel governo del Botswana. La sua formazione accademica passa dagli studi di fisica all’economia finanziaria per gli investimenti . Ha scritto due libri sullo sviluppo in Africa ed ha redatto una collezione di scritti teologici di Sebastian Moore, The Contagion of Jesus. Una versione completa di questo articolo, The Environment, the Economy and the Good Life è stata pubblicata nel 2014 della Banca Europea per gli Investimenti. 

 

trad. Eliana Corbari

This post is also available in: Inglese

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